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IL REPORTAGE | LA STRADA PERDUTA D’ALESSANDRIA

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di Mariarosaria Petrasso

Fuori dal mondo, perciò un mondo a parte. Dal 2 febbraio il paese di Alessandria del Carretto, estrema punta settentrionale della Calabria, è rimasto isolato a causa di una frana che ha distrutto parte della Strada Provinciale 153L’unica via di accesso al paese è un’interpoderale nei pressi di contrada Foresta del comune di Castroregio. Gli interventi di ripristino allo stato delle cose sono pressoché inesistenti; a parte un sopralluogo del reparto viabilità della Provincia di Cosenza, si denota l’assenza della Protezione Civile che, come scrive il sindaco di Alessandria Vincenzo Gaudio, si limita solo a “tartassare” di sms in occasione dell’allerta meteo ma poi lascia i paesi al proprio destino. La promessa di una visita istituzionale del presidente della Provincia (neo candidato alla presidenza della Regione) per ora non mantenuta e nient’altro. Verranno presto, dicono.

Cambia poco, è da anni che gli alessandrini vivono una condizione di abbandono assoluta. Cinquecento anime senza servizio sanitario continuo (nel cambio della guardia medica il buco è anche di quattro ore), una sola piccola farmacia che può reperire alcuni medicinali solo per il giorno dopo, abitanti sprovvisti di un servizio di ambulanza con l’ospedale più vicino a Corigliano (dopo la chiusura del nosocomio di Trebisacce) che, in situazioni normali distava un’ora e mezza da Alessandria, ora è a oltre due ore di viaggio. L’ufficio postale apre solo tre volte a settimana, solo di mattina. Non esiste un’edicola e una scuola dell’infanzia. Un isolamento che peggiora notevolmente nei mesi invernali: due anni fa (chi lo ricorda più?) il paese in seguito a un’abbondante nevicata è rimasto bloccato per diverse settimane e per portare una bombola di ossigeno terapeutico a un cittadino l’unico mezzo utilizzabile è stato un gatto delle nevi. Nessuno rimosse la neve dalle strade e anche in quella occasione, come testimonia il sindaco Gaudio, la Protezione Civile non è intervenuta nonostante le sue ufficiali richieste di aiuto.

La situazione di Alessandria è la replica di quella di altre decine di paesi calabresi, soprattutto montani, che vivono da decenni in uno stato di isolamento e abbandono. La manutenzione delle strade è ridotta a interventi di emergenza che non risolvono mai il problema alla radice, il taglio di servizi e fondi non fa altro che accentuare le difficoltà degli abitanti, sempre più anziani e di conseguenza più bisognosi di cure. I giovani che vanno via lo fanno a malincuore, quelli che rimangono si rassegnano al pendolarismo e rimangono l’unica speranza di coscienza civica per non far spegnere definitivamente speranze e riflettori sul paese.

GLI ALESSANDRINI Eppure questa Alessandria non è perduta. E’ proprio un’associazione culturale, la “Francesco Vuodo – RADICAZIONI“, che sta cercando di non farla caderenell’oblio. Domenica 23 febbraio hanno organizzato la Marcia sul Marcio… seguendo la “rotta” via. Si parte da Piano Senise di Albidona e si arriva al paese, dove si terrà un dibattito aperto alla cittadinanza, con la speranza che la solidarietà esterna possa essere il motore di un intervento non solo sulla viabilità e sull’emergenza attuale, ma anche per progetti futuri.

Per Radicazioni Alessandria non è solo il paese della Pita, ma anche un paese di dimenticati, come già raccontavaVittorio de Seta nel 1959 nel suo omonimo documentario. Lo stesso grande artista scrisse in seguito che il suo lavoro non aveva solo una valenza di studio antropologico, ma anche di denuncia sociale per un paese che, alle porte degli anni Sessanta, era ancora sprovvisto di strada ed era raggiungibile solo a dorso di mulo. La situazione da allora non è molto cambiata: le case che si vedono nel video di De Seta sono ancora lì, come gli sguardi degli anziani sulle soglie delle porte. Ed è proprio la perseveranza e il coraggio degli alessandrini che dovrebbero essere il valore da aggiungere a una storia regionale largamente fondata su comunità rurali come quella di Alessandria. All’interno del Parco Nazionale del Pollino, Alessandria ha mantenuto la sua vocazione iniziale con un’economia basata principalmente sulla pastorizia. Non ci sono state contaminazioni di modernità, così come è passata indenne dallo scempio turistico di massa che ha deturpato altri paesi calabresi. Questo non significa che Alessandria non possa avere una nuova “destinazione d’uso”. Solo negli ultimi anni, grazie alle associazioni culturali che ne hanno compreso il valore etno-antropologico, si è dato pregio a tradizioni comela festa della Pita che ogni anno raccoglie centinaia di persone tra curiosi e alessandrini emigrati che tornano per festeggiare il santo patrono. Un enorme abete viene abbattuto nelle montagne tra Calabria e Basilicata e trascinato nella piazza del paese da uomini e non da animali, come succede in altri paesi del Pollino. Si procede a una particolare tecnica di squadratura del tronco che, una volta issato nuovamente al centro del paese, diventerà una sorta di albero della cuccagna.

LA TRADIZIONE SI EVOLVE Festa da sempre accompagnata dal suono delle zampogne, in particolare quelle “a chiave” e “surdulina” tipiche dell’area del Pollino, che si aggiungono alle altre tre tipologie calabresi. Una storia di costruttori e maestranze come quella di Leonardo Rago, residente nel vicino comune di Albidona, costruttore di zampogne apprezzate non solo in Calabria ma anche da musicisti di tutta Italia. La particolarità dei suonatori alessandrini di zampogna e organetto è quella di essersi tramandati l’arte della musica che, di fatto, non ha subito contaminazioni come altrove, rimanendo un retaggio culturale unico che è rimasto immutato nel corso dei secoli. Gli strumenti sono da sempre auto-costruiti, soprattutto i tamburelli e ultimamente di organetti, e gli stessi suonatori hanno dato lo stimolo per la nascita di maestranze autoctone. Sono nati anche gruppi di musica popolare come i Totarella e decine di altri suonatori che esportano il suono delle zampogne anche all’estero.

L’esperimento sicuramente più importante è quello del festival di Radicazioni che nel 2013, giunto alla sua decima edizione. Un’iniziativa che non ha nulla da invidiare ad altri festival di musica popolare più blasonati, che da anni trasforma per tre giorni il paese di Alessandria in un luogo di confronto non solo musicale ma anche di dibattito culturale. Un festival quasi totalmente auto-finanziato: dei circa trentacinquemila euro di spesa media, solo novemila sono di finanziamento pubblico, elargiti dall’amministrazione comunale e dall’Ente Parco e solo nelle ultime tre edizioni. Un esempio encomiabile di come un evento che riesce ad attirare l’attenzione di migliaia di persone ogni anno, anche provenienti da altre regioni e che di certo non hanno il comfort di alberghi a più stelle ma solo un ostello e le case vuote che gli alessandrini mettono a disposizione, possa essere realizzato non solo in modo professionale e musicalmente apprezzabile ma anche senza sperpero di centinaia di migliaia di euro di soldi pubblici.

La speranza di paesi come Alessandria del Carretto è che i valori e le tradizioni che li hanno contraddistinti nel corso dei secoli non vengano dispersi. In una modernità che sempre più frequentemente riscopre le radici sociali dei luoghi, che rallenta la sua corsa e comincia ad avere una visione “slow” a volte facendone un brand, altre volte invece riuscendo nell’intento originario di riscoprire tipicità e valorizzare patrimoni non solo paesaggistici e artistici ma anche umani, l’abbandono dei piccoli paesi significa di fatto la perdita di tesori d’identità.

No, questa Alessandria non è ancora perduta.

 

Articolo tratto da www.mmasciata.it

 

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